La solita paccottiglia atea intende propinare al mondo che in passato
Classe 1981, ultimo figlio di un'importante famiglia sikh indiana, unico maschio tanto atteso dai genitori dopo tre figlie femmine. P. Stephen racconta ad AsiaNews la sua vicenda unica e personale che ruota tutta attorno alla scoperta che Cristo è il Dio potente "nella debolezza" e alla certezza che “Dio è fedele”.
“Mia madre era una donna molto devota che ci ha introdotto agli insegnamenti del guru Granth Sahib educandoci in casa alla preghiera e alla recita degli inni delle sacre scritture. Mio padre mi accompagnava al gurdwara, il tempio sikh, e mi ha cresciuto nella fede dell'onnipotente. I miei genitori hanno instillato in noi figli l'amore per Dio ed il senso del servizio alla comunità”.
Il giovane Jaideep studia alla St Stephen’s School di Chandigarh, capitale del Punjab. Harold Carver, rettore e fondatore dell'istituto ricorda bene quel giovane sikh che "eccelleva negli sport e giocava nella nazionale di calcio under 19 dello Stato, amava la musica e cantava nel coro della scuola”.
Per le sue qualità canore il piccolo Jaideep viene invitato a cantare alla messa di mezzanotte della Vigilia di Pasqua nella locale chiesa di St. Sebastian. Ha 13 anni e frequenta la 7ma classe. È la prima volta che mette piede in una chiesa cattolica e l'ora inusuale rende l'occasione ancora più particolare per il giovane sikh. Oggi racconta: “Di quella notte ho il ricordo vivido del crocifisso appeso al muro e di tutta la gente in ginocchio a pregare. Non capivo come fosse possibile pregare un Dio morente e così debole. Per me Dio doveva trasurare forza e potere. E questo Dio era proprio il contrario”. P. Stephen ricorda “il fascino della liturgia eucaristica, la preghiera comune e lo svelarsi di un modo totalmente nuovo per me”. Esce dalla messa con negli occhi “il crocifisso ed il Signore crocifisso" e nella testa “affiorano domande sul significato della vita”.
Dopo quella notte per Jadeep inizia un lungo cammino. “Mia madre aveva notato che c'era qualcosa di nuovo in me e credo avesse colto il mio iniziale interesse per il cristianesimo, però non mi diceva niente”. Jaideep si rivolge al rettore Carver, a lui pone le sue domande. Che si fanno sempre più insistenti anche in seguito alle vicende familiari che intervengono nella vita del ragazzo.
La scomparsa improvvisa della madre rende ancor più urgente il bisogno di capire il senso della vita e delle morte. P. Stephen parla oggi di “buio dell'anima” ricordando quel periodo. “Mi chiedevo dove fosse Dio in tutto quello che mi stava accadendo, quale fosse il senso della vita”. La paziente compagnia di Harold Carver segna i “giorni di tormento” del giovane sikh che ricorda: “Ad un certo punto ho cominciato a vedere il legame tra vita e morte intuendo che Gesù morto e risorto era il modello per noi”.
La memoria di quel periodo, in cui all'angoscia seguì l'affiorare della fede, è per p. Stephen motivo di “orgoglio e gratitudine”. “La mia famiglia aveva piantato nella mia anima il seme della religiosità, il rettore Carver quello del cattolicesimo e di una vita da spendere per testimoniare il Vangelo”.
Jaideep decide di parlare con il padre dell’idea di farsi cristiano. “Scoppiò l’inferno. Era seccato, arrabbiato e offeso. Chiamò le mie sorelle per chiedere loro informazioni sulla mia nuova fede”. Il giovane sacerdote oggi dice: “Furono giorni davvero pesanti e sconvolgenti per tutta la famiglia… così cominciò la mia personale partecipazione alla passione e crocifissione di Cristo”.
Il 1 marzo 1999 Jaideep viene battezzato e sceglie il nome della sua scuola Stephen James. “Sono diventato cattolico in segreto e per 3-4 anni la mia famiglia non ha saputo nulla. Non volevo ferire ancora di più mio padre che mi amava così tanto e però non capiva le mie scelte”.
L’anno dopo Stephen parte per gli Stati Uniti per studiare informatica. Vive a New York. Per guadagnare qualche soldo lavora di notte a una pompa di benzina. Ogni mattina presto va a messa nella parrocchia intitolata ad San Elizabeth Ann Seton a Shrub Oak. Anche lì canta nel coro ed un giorno la direttrice Patti Copeland fa conoscere a Stephen alcuni missionari di Maryknoll. Il giovane ricorda: “I loro racconti dell’aiuto ai poveri in giro per il mondo rimasero impresse nella mia mente di giovane 20enne”.
“Da tempo sentivo emergere in me il desiderio innato di comunicare con Dio, di dedicare tutto me stesso alla contemplazione”. Stephen trova le radici di questo suo sentimento nell’educazione ricevuta in famiglia: “Essendo indiano ed avendo ricevuto da mia madre e dalla nostra cultura un profondo senso della divinità ero affascinato dalla vita mistica e nei primi tempi di New York avevo pensato anche a farmi monaco trappista”.
Nel 2001 il giovane indiano viene invitato ad un ritiro di Pasqua e capisce di essere chiamato alla vita consacrata. Stephen entra in seminario, ma non dice ancora nulla al padre e alle sorelle, “preoccupato per il dolore e la tensione che la decisione avrebbe potuto causare alla mia famiglia”.
“È stato un periodo di angoscia nella mia vita”, racconta il ragazzo. “Sapevo che mio padre ed i membri della mia famiglia venivano derisi, disprezzati e umiliati per la mia decisione di diventare cattolico”. La cultura sikh attribuisce all’unico maschio un grande importanza nella cerchia familiare. “Hai la responsabilità di portare avanti il nome della tua stirpe, di prenderti cura dei genitori quando diventano anziani – afferma Stephen – e io tutto questo non potevo più farlo per la decisione che avevo preso”.
I giorni della formazione sacerdotale passano accompagnati dal tormento di far soffrire i propri cari e soprattutto il padre. “Ma Dio è fedele “ dice il ragazzo. “Soffrivo, ma sapevo che Dio avrebbe dato a mio padre una ricompensa molto più grande di quanto io stesso potessi desiderare”.
Stephen studia alla St. Xavier University di Chicago, frequenta il Maryknoll's Language Institute di Cochabamba, in Bolivia, e per due anni vive e lavora nella missione di Aymara, sull’altopiano peruviano.
Il 30 maggio del 2009 è il giorno dell’ordinazione sacerdotale. A New York arrivano le tre sorelle di Stephen: Anu, Manpreet e Jaipreet, che vivono in Europa e in America. Le autorità Usa non concedono il visto al padre. “Ma è stato uno dei giorni più felici della mia vita”, dice il giovane sacerdote. “Mio papà voleva essere con me e tramite le mie sorelle mi ha fatto arrivare la sua benedizione e il segno del suo sostegno alla mia scelta. Voleva che io sapessi che era orgoglioso di me e si era riconciliato con la mia vocazione”.
Divenuto sacerdote dei missionari di Maryknoll (nella foto il giorno della prima messa). Il giovane prete inizia una nuova vita e nel giorno dell’ordinazione, officiata da mons. Timothy Dolan, arcivescovo di New York, riceve messaggi di auguri da persone fino a quel momento sconosciute che avevano saputo della sua storia attraverso amici o altri missionari . “Mi hanno scritto che avrebbero pregato per me, divenuto prete proprio durante l’Anno sacerdotale – dice p. Stephen – ed io mi sono sentito onorato e privilegiato ad essere un prete cattolico, benedetto dalla preghiera di così tanta gente in giro per il mondo. Tutto questo ha reso ancor più forte il mio desiderio di essere un sacerdote santo ed un missionario che serve Dio servendo il suo popolo”.
<<Truffatori che si fingevano preti, bestemmiatori, pornografi, falsificatori di bolle e altra gentucola del genere […] Aprendo agli studiosi quelle carte, cadrebbero altri pezzi dell’abusiva leggenda nera che circonda l’inquisizione. Si avrebbe tra l’altro conferma del fatto che i suoi processi erano contrassegnati da una grande correttezza formale. Si scoprirebbe poi che gli Ucciardone e Rebibbia di oggi sono le vere bolgie infernali rispetto alle troppo diffamate celle dell’inquisizione, dove la vita era ritmata da regolamenti severi ma non disumani. Era, per esempio, prescritto che lenzuola e federe si cambiassero due volte a settimana: roba da grande albergo.[…] Una volta al mese, i cardinali responsabili dovevano ricevere uno a uno i prigionieri per sapere di che avessero bisogno. Mi sono imbattuto in un recluso friulano che chiese di avere birra al posto del vino. Il cardinale ordinò che si provvedesse ma, non riuscendo a trovare birra a Roma, ci si scusò con il prigioniero, offrendogli in cambio una somma di denaro perché si facesse venire la bevanda preferita dalla sua patria.>>
Luigi Firpo, ateo, pubblicato nel libro “Inchiesta sul cristianesimo”.
<<Primo: quei valori, spacciati per prodotti della libera ricerca umana, in realtà vengono dritto dritto dalla tradizione cristiana e sono incomprensibili senza di essa. Secondo: staccati dalla base religiosa su cui poggiano, quegli stessi valori non sono giustificabili, galleggiano nel vuoto e non è quindi possibile renderli saldi. Per il cristiano fanno parte di un sistema coerente, per il non credente non sono che dei postulati, degli a priori, nobili certo ma non spiegabili razionalmente […] Ecco un piccolo, incompleto elenco delle invenzioni tecnologiche (opere, tra l’altro, quasi tutte di monaci) dell’uomo medievale che, stando alla leggenda, viveva nell’ignoranza e nella penitenza aspettando soltanto la fine del mondo: il mulino ad acqua, la sega idraulica, la polvere nera, l’orologio meccanico, l’aratro a vomere, il timone a ruota, il collare per il cavallo, il canale con chiuse e porte, il giogo multiplo per i buoi, la macchina per dipanare la seta, il verricello, l’arcolaio, il telaio, l’argano complesso, la bussola magnetica, gli occhiali. Si aggiungano la stampa, la ghisa, la tecnica della raffinazione, l’utilizzazione del carbon fossile, la chimica degli acidi e delle basi e così via.>>
Leo Moulin, agnostico, pubblicato nel libro “Inchiesta sul cristianesimo”.
Ad alcuni atei piace pensare che la fede nasca dalla paura della morte. Il pensiero sotteso a questa idea è che il credente sia un insieme di istinti e di paure, di pulsioni irrazionali che non riesce a dominare; corollario di tutto ciò è che l’ateo non ha alcuna paura di morire, e che riesce a dominare i suoi bassi istinti con la ragione, riuscendo così una persona mentalmente superiore al credente. Ora, sebbene questa ipotesi sia talmente ridicola da non richiedere alcuna smentita, ve ne darò alcune. Per prima cosa, pensate alla struttura delle religioni. Quale religione è del tutto incentrata sulla morte e sul suo culto, dipingendola a tinte fosche e ossessionando il credente con la paura di essa? Io non ne conosco (di religioni ne conosco alcune, certamente più dei sostenitori di questa teoria). In secondo luogo, guardate alla vita dei profeti delle maggiori religioni. Essi non erano spinti dalla paura, ma anzi erano spinti dallo stupore di questo mondo (a parte Maometto che aveva interessi del tutto egoistici), dalla bellezza del creato. Conseguentemente, e siamo al terzo punto, le loro riflessioni si basano sulla pienezza della vita, non sul vuoto della morte. A questo punto si potrebbe pensare che la religione sia un modo per non pensare alla morte. Il problema è che la morte è inserita nella dottrina religiosa, ma non viene mai presentata come un qualcosa su cui focalizzarsi (a parte il delirante martirio maomettano), quindi non ha senso pensare che la religione sia un modo per sviare i propri pensieri, ma è una risposta razionale ad essi. Farsi delle domande sulla morte non è avere paura della morte, come è ovvio.
Se tornassimo alla lettera del Vaticano II molte polemiche sulla liturgia verrebbero meno. Anche il canto gregoriano e il latino tornerebbero in auge. Intervista a Lorenzo Bianchi.
È un laico e non è liturgista dl professione. Ma di liturgia Lorenzo Bianchi, 44 anni, si occupa da parecchio; e da semplice laico, appunto. Primo ricercatore dl archeologia cristiana al Cnr e studioso delle fonti antiche cristiane, Bianchi è recente autore del libro "Liturgia. Memoria o istruzioni per l’uso?" (Piemme), un testo che raduna un decennio di studi molto puntuali e documentati sulla riforma del riti dopo il concilio Vaticano II e soprattutto sulla lingua liturgica. Con lui tentiamo di tracciare un bilancio di quarant’anni di Messa in italiano.
Professor Bianchi, di fronte alla riforma liturgica del Vaticano II gli schieramenti si sono spesso opposti: chi ne dice tutto il male possibile (è protestante, è modernista...) e chi non tollera la minima mediazione col passato (vedi il divieto alle messe in latino).
"Anzitutto vorrei precisare che la riforma liturgica non è stata realizzata dal concilio, ma ne è un’applicazione successiva. La Sacrosanctum concilium, il documento sulla liturgia, non aveva stabilito per esempio l’abrogazione del gregoriano, né era prevista l’abolizione del latino. Credo che in qualche caso, tornando alla lettera del Vaticano II, si annullerebbero molte delle polemiche esistenti in materia".
Ma perché tanta acrimonia, secondo lei, sulla liturgia? Qual è la posta in gioco?
"La liturgia è importante, perché ciò che si prega è ciò che si crede (lex orandi, lex credendi, si diceva in latino). Le parole e i riti corrispondono a ciò che il fedele professa. Di più: per sant’Agostino il sacramento è il mezzo scelto da Dio per far operare la grazia, quindi l’atto liturgico dev’essere espresso in poche formule e semplici, comprensibili, evidenti. Da questo discende la grazia: non da ciò che pensa la comunità che celebra, non dall’impegno che ci mette il prete, nemmeno dai buoni propositi dei partecipanti. Mi sembra invece che a volte la riforma liturgica abbia la pretesa di voler "spiegare" a tutti i costi ciò che era già semplice e chiaro. Spiegare e interpretare".
Uno dei punti forti del post-Concilio, infatti, è la "creatività liturgica". Fino a che punto è importante rispettare le formule del rito, senza cadere nel cosiddetto "rubricismo" un po’ ossessivo e burocratico del passato?
"È vero che una volta c’era il rubricismo, ossia il puro scrupolo di osservare le formule, tuttavia oggi alcune proposte dei novatori della liturgia sono ancor più ossessive... Per esempio studiando le preghiere della Messa ho notato che, mentre in latino si poneva una domanda diretta a Dio, ora in italiano si è passati a didascalie volontaristiche di chi chiede; dall’imperativo si è arrivati al congiuntivo esortativo".
Non sarà una questione grammaticale...
"No. Il difetto di fondo è che la riforma liturgica ha spesso avuto alla base un’idea precostituita di cristiano "impegnato", un modello intellettuale di credente che non corrisponde alla realtà. Il problema invece è ripetere le cose più umane e più semplici possibile, quindi più vere. Per esempio: nella preghiera si chiede (ecco l’imperativo) e non si afferma, perché è la grazia di Dio - e non la capacità dell’uomo - che viene in soccorso al fedele".
Però di solito si sostiene che le modifiche sono state fatte per aumentare la comprensibilità dei riti.
"Certo, è importante che si capisca ciò che si dice. Uno dei fatti positivi della riforma è stata senz’altro la possibilità di celebrare nella lingua nazionale: purché non diventi anch’essa un motivo di elaborazione intellettuale... Così la creatività liturgica: all’inizio può sembrare una buona idea per trovare concetti più rispondenti all’uomo d’oggi; ma spesso l’esperimento è diventato o un archeologismo insensato, o un arbitrio, un’invenzione. Del resto, nel messale c’è già sufficiente libertà di scelta sia di orazioni, sia di gesti".
Ricorda però quando in passato a Messa si recitava il rosario? Oggi le possibilità di partecipazione sono senz’altro aumentate.
"Può essere di sì. Ma a che cosa si partecipa talvolta, se si cambia il credo con una proclamazione d’intenti? La partecipazione non è determinata dalla forma liturgica, anzi più essa è affidata alla creatività del momento e più si allenta; la partecipazione è data dalla verità del rito".
Il cardinale Ratzinger ha suscitato scalpore denunciando alcuni abusi nella Messa: per esempio la diminuita centralità di Cristo, per favorire il senso comunitario, o l’accento sulla "cena" che ha fatto sparire l’idea del "sacrificio". Condivide?
"Questi appunti generarono perplessità anche nel primo messale post-conciliare. Sia la cena sia il sacrificio, infatti, sono aspetti veri del rito, ma la presenza reale di Cristo è fondamentale: sennò non c’è l’eucarestia. È Cristo il primo protagonista dell’azione liturgica, e una determinata forma fisica — come l’assemblea rivolta a lui, e non al celebrante — favorisce anche la comprensione della realtà. Ma Ratzinger ha fatto anche altre notazioni importanti sulla liturgia, per esempio sull’osservanza del silenzio, il cui valore oggi è facilmente dimenticato".
Insomma, quarant’anni dopo, quale bilancio farebbe dal punto di vista dei fedeli?
"Non mi sento di fare bilanci. Le tensioni della riforma hanno avuto senz’altro origini positive, però l’atto liturgico non deve esserne snaturato. Per esempio quell’ossessione di far capire tutto: se significa inserire proprie spiegazioni e modifiche, si tratta di aggiunte pericolose. È più vero attenersi alla semplicità della tradizione che rifare un’elaborazione personale. Voler affastellare le proprie considerazioni fa perdere qualcosa, o comunque è legato al gusto culturale del momento".
© Il Timone n. 22, Novembre/Dicembre 2002
Maria de Ágreda non lasciò mai il monastero in Spagna. Anche se le tribù del Texas la vedevano apparire e insegnare il catechismo
Giunge una lettera dal Texas. Quel luogo nell'indirizzo del mittente suscita immediate, e ovvie, associazioni: i film western, naturalmente; i fumetti di colui che non a caso si chiama Tex; il centro spaziale di Houston; Dallas , la soap opera per antonomasia. Magari, in questi tempi di guerra, lo Stato americano che ha la più alta percentuale di arruolati tra i marines. Quelle due sillabe richiamano molte cose. Molte, ma non certamente una claustrale spagnola del Seicento che mai lasciò il suo monastero di Ágreda, cittadina sperduta sui monti della Vecchia Castiglia. Eppure, è proprio così: dentro la busta, trovo l'invito a partecipare a un grande convegno organizzato da un pool di università texane sulla venerabile suor Maria de Jesús de Ágreda. Mi si avverte che, alla fine dei lavori, verrà proposta la firma di una petizione, già più volte rinnovata, perché la francescana sia proclamata protettrice ufficiale dello Stato del Texas. Se si chiede anche a me una relazione è perché, avendo indagato per un libro su un prodigio nella Spagna del XVII secolo, non potevo non avere approfondito la figura dell'autrice de La mistica città di Dio, uno dei testi più straordinari e misteriosi della letteratura religiosa. Nata nel 1602 e morta nel 1665, chiusasi a 12 anni nel monastero di clausura fondato da sua madre e nella sua stessa casa, Maria de Jesús riempì della sua fama la Chiesa barocca. Filippo IV, capo dell'impero già in declino ma su cui ancora non tramontava il sole, scambiò con lei centinaia di lettere. Dalle mura della clausura, filtravano notizie sugli straordinari carismi della religiosa, tra i quali visioni e locuzioni che la portarono a scrivere le migliaia di pagine - piene, tra l'altro, di profezie che la storia ha confermato - de La mistica ciudad de Diós. È una sorta di biografia della Madonna diffusa in milioni di copie, in ogni lingua, ancor oggi continuamente ristampata e che conta nella Chiesa ammiratori entusiasti e detrattori accaniti. Proprio quell'opera, di insondabile profondità, pare essere l'ostacolo che ha sinora impedito che Maria de Jesús salga da venerabile a beata: l'istituzione ecclesiale, si sa, diffida dei carismatici. Come confermano, non ultimo esempio, le traversie di padre Pio.
Ma veniamo al Texas. C'è, qui, una delle vicende più incredibili - e, al contempo, più storicamente attestate - dell'intera storia cristiana. Precisiamo subito che questi eventi hanno superato il più rigoroso e temibile degli esami: quello dell'Inquisizione spagnola che - con i suoi metodi collaudati, che provocavano il crollo psicologico di qualunque simulatore - giunse a interrogare la religiosa per dieci ore al giorno durante molte settimane. Alla fine, quegli implacabili inquisitori si arresero, conclusero che i fatti straordinari erano veri e che, dunque, suor Maria de Jesús non doveva essere disturbata. Del resto, sono giunti alla stessa conclusione anche gli storici americani dei nostri giorni, molti dei quali protestanti, ebrei, agnostici: non a caso il convegno di cui parlavo è organizzato non da istituzioni religiose, ma da laicissime facoltà universitarie.
Successe, dunque, che all'inizio del Seicento, i francescani decisero di avanzare a nord del Messico con le loro missioni. Raggiunsero così il territorio dell'attuale Texas, ma anche quello dell'Arizona, della California, del New Mexico. Subito, dovettero fare i conti con le bellicose tribù dai nomi leggendari: apaches, navajos, comanches. Le prime spedizioni furono massacrate. Ma la resa non è nelle tradizioni francescane: così, nel 1622, partiva un nuovo gruppo, guidato da padre Alonso de Benavides. Dopo avere impiantato una missione fortificata, i frati cominciarono a ricevere visite inaspettate. Erano i capi degli Xumanas, una delle tribù più grandi e al contempo più aggressive e irriducibili. Con sbalordimento dei religiosi, quegli indiani supplicavano che venisse inviato tra loro qualche sacerdote che amministrasse il battesimo e gli altri sacramenti. Una simile richiesta, in quei luoghi, non era mai venuta prima. A domanda, gli indigeni risposero che erano stati convinti a venire da una «Signora vestita d'azzurro» che da qualche tempo appariva tra loro e li esortava - non solo con parole nella loro lingua, ma anche con miracoli - a chiamare i missionari. Questi avevano alle pareti la stampa, colorata a mano, che rappresentava una santa clarissa: i capi degli Xumanas dissero che la Signora era vestita proprio in quel modo, ma che era molto più giovane e che il colore dell'abito era azzurro. Così era, in effetti, il saio della congregazione cui apparteneva suor Maria de Jesús (che allora aveva solo vent'anni). Se lì, nel remoto Texas, i frati pensarono a lei, è perché l'arcivescovo di Città del Messico, reduce da una visita in Spagna, aveva parlato loro di una monachella di Castiglia che, pur non essendosi mai mossa dal suo convento, descriveva in certe sue lettere l'America come se le fosse familiare.
Sta di fatto che, convinti dalle suppliche e pur temendo un tranello, alcuni francescani si unirono agli Xumanas nel loro viaggio di ritorno. Abbiamo numerose relazioni dell'epoca che concordano sul fatto che, ai confini del territorio della tribù, i missionari furono accolti da una grande folla disposta in processione e con enormi croci adornate con i fiori della prateria. Così, dissero, aveva insegnato loro la Dama Azúl , la Signora Azzurra che tante volte era venuta a istruirli. In effetti, i sempre più sbalorditi religiosi constatarono che, tra quegli indigeni mai avvicinati da alcun europeo, la formazione dottrinale era ormai completata: ciò che volevano erano solo i sacramenti. Ma questa non fu che la prima delle sorprese. In molti altri posti, anche in Arizona e in California, i missionari ebbero la stessa esperienza: contatti, cioè, con tribù non raggiunte sino ad allora e già catechizzate da quella che gli storici americani chiameranno The Lady in blue.
Nel 1631, padre Alonso de Benavides, che abbiamo visto a capo della prima missione texana, rientrò in Spagna e raggiunse Ágreda, sui monti della Castiglia, incontrando nel parlatorio suor Maria de Jesús. Con molta semplicità, la monaca gli disse che, sì, Dio aveva realizzato il suo desiderio di essere missionaria, concedendole di raggiungere l'America centinaia di volte. Più tardi, sotto il torchio implacabile dell'Inquisizione (nemica, più che delle eresie, di superstizioni e falsi miracoli) confermerà questi misteriosi viaggi, precisando solo di non essere in grado di precisare «se fossero senza o con il corpo». Comunque, al sempre più sbalordito padre Alonso (abbiamo l'originale della relazione), descrisse con precisione tutti i suoi confratelli, ricordò episodi missionari che egli stesso aveva dimenticato, confermò di avere catechizzato non solo gli Xumanas ma molte altre tribù, convincendole a chiedere l'intervento dei sacerdoti.
La storia successiva dei territori a nord del Messico è piena di tracce di quelle misteriose missioni. Ad esempio: nel 1699, 34 anni dopo la morte della suora, una spedizione guidata dal capitano spagnolo Juan Mateo Mange risalì il Colorado, incontrando molte tribù fino ad allora sconosciute che praticavano un cristianesimo senza sacerdoti perché, dissero, ne avevano cercati senza trovarli. Alla domanda sul come avessero imparato il catechismo, gli anziani risposero che, molti anni prima, era venuta tra loro una Signora con un lungo abito azzurro. Spaventati, l'avevano bersagliata con le loro frecce, senza però riuscire a farle del male. Così, prostratisi, l'avevano ascoltata e ubbidita. E ancor oggi (è prevista, al convegno, un'apposita relazione) i ricercatori americani trovano spesso il ricordo, nelle riserva indiane, della Blue Lady . I discendenti delle tribù evangelizzate in quel modo misterioso conservano un loro coriaceo cattolicesimo. In ogni caso, possiamo risolvere - finalmente - un rompicapo per coloro che hanno doppiato in italiano innumerevoli film western, senza riuscire a capire perché molti indiani, nella versione originale, ogni tanto esclamassero: « Sor Maria de Ágreda! ». A differenza di loro, gli sceneggiatori americani conoscevano bene le ragioni di una simile interiezione.
© Corriere della Sera - 06 Aprile 2003

qui
"Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente.
Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia.
Porta Pia fu la piccola, facile vittoria dell'aggressore enormemente superiore all'avversario inerme, come Vittorio Veneto fu la facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più.
Politicamente, Porta Pia fu semplicemente l'ultimo episodio della costruzione - violenta e artificiale - del Regno d'Italia.
Tutto il resto è chincaglieria retorica.
Le belle frasi come Terza Roma sono completamente vuote di senso.
Roma è città imperiale e città papale: in ciò solo sta la sua grandezza universale.
La "Terza Roma" non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti.
Mentre le due fasi della storia di Roma, l'imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell'occupazione sabauda lascia, unica traccia di sè, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato fra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della sociètà contemporanea.
Per questo la questione romana non è risolta.
Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia.
La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali.
E la questione romana è un problema internazionale...
...Il bisogno religioso, il fatto religioso sono essenzialmente universali, internazionali.
Perciò nonostante tutte le declamazioni della pseudosociologia democratica e di qualche socialista da loggia e da sinagoga, la Chiesa cattolica è SOCIETAS PERFECTA assai più e meglio che lo Stato nazionale, massonico e borghese.
Il potere temporale dei papi, a torto vituperato dai semi-analfabeti del Libero pensiero, è stato un modus vivendi storicamente necessario e inevitabile, è stata l'unica forma che potesse, nei secoli passati, garantire la liberta della chiesa.
L'unita nazionale poteva avere un corso di verso da quello che ha avuto.
 L'unificazione d'Italia in una monarchia accentratrice non ebbe altra giustificazione che la forza delle armi e gli intrighi diplomatici dei Savoia.
Della serietà dei famosi Plebisciti non è nemmeno il caso di parlarne: roba simile alle acclamazioni dei fiumani a D'Annunzio.
In verità, sarebbe stato più conforme alle esigenze della situazione storica e ai bisogni del popolo italiano il programma federalista repubblicano del Cattaneo o anche il programma federalista del Balbo o quello neoguelfo del Gioberti.
Malgrado le differenze degli storici aulici o democratici, i cattolici italiani erano più patrioti dei patrioti.
La durata dello Stato massonico - nazionale - borghese che secondo i professorelli delle scuole regie doveva durare in eterno, è solo una breve parentesi, un attimo di fronte alla storia.
Un attimo, una parentesi, ciò è stato il dominio dei Savoia; un giorno finirà anche l'attuale regime, sempre e comunque imperniato sulla feccia massonica e la Chiesa Cattolica più grande e potente ritornerà ad illuminare le coscienze in quanto sarà applicato integralmente il verbo del Vangelo".
Mi sono chiesto chi lo ha scritto, e non avei mai creduto che l'autore fosse ANTONIO GRAMSCI! Un socialista che elogia così la Chiesa cattolica. Ma come è possibile? Ancora non riesco a crederci.